Con Marco giravamo attorno a quel tiro da settimane. Lui sui movimenti, io sulla luce: la parete prende un taglio pulito solo per una mezz'ora, quando il sole scavalla la cresta di fronte e i mezzitoni della roccia si accendono senza bruciare i bianchi. Prima è piatta, dopo è un forno. In mezzo c'è la finestra.
Il lavoro vero, quel giorno, è stato aspettare. Ho risalito la statica che lui ancora scaldava le dita al sole, mi sono sistemato all'altezza del crux e ho controllato che la corda non entrasse nell'inquadratura. Da lassù senti tutto: il respiro che cambia quando parte, la magnesite che batte, gli amici sotto che si zittiscono da soli al passo chiave.
Da dentro, non da sotto
Certe immagini da terra non esistono. Il piede che carica la lolotte, le dita che si aprono sull'ultima tacca, la faccia di chi sta decidendo se buttarsi sulla fionda: sono cose che vedi solo se sei appeso a due metri, alla sua altezza, e se sai quando arrivano perché quel passaggio l'hai letto anche tu. Mi apposto un attimo prima che accada, non un attimo dopo.
Marco è caduto due volte al crux. La seconda ha imprecato piano, si è calato, ha riposato venti minuti guardando il fondovalle senza dire niente. Al terzo giro è passato. Ho sentito l'urlo prima di vederlo arrivare alla catena, e ho continuato a scattare anche lì, perché il redpoint non è solo il passo chiave: è anche la faccia di chi molla le prese all'ultimo moschettone.
«Non mi ero accorto che c'eri. Poi ho visto le foto e c'era tutto, anche quello che non ricordavo.»
Cosa resta
In post-produzione ho tolto poco: un lift leggero sulle ombre della grotta, il punto di nero dove volevo, e basta. Quando la luce è quella giusta il lavoro grosso l'ha già fatto la giornata. Le foto sono andate a Marco la sera stessa, nella sua galleria; una la tiene come sfondo del telefono, e per me quella vale più di qualsiasi like.