La base è l'attrezzatura da risalita: una corda statica da lavoro, i bloccanti, un imbrago da big wall con il sedile, perché su una placca il problema dopo un'ora non è la fotografia, è la circolazione nelle gambe. Longe regolabili per orientarmi rispetto al tiro senza pendolare, un paio di rinvii di servizio, guanti per le calate. Tutto materiale che uso anche per scalare: in parete la fiducia negli attrezzi non si divide per mestiere.
La parte fotografica è la più piccola
Un corpo macchina, due ottiche, batterie e schede in una tasca chiusa sul petto. Le ottiche le decido a terra guardando il tiro: una per stare larghi quando conta la parete intera, una per stringere sul gesto quando conta la mano. Tutto è assicurato con cordini indipendenti, perché un tappo che cade su chi assicura è un incidente, non un contrattempo.
Quello che non porto è la lista più lunga: niente treppiede, niente flash, niente secondo corpo se la giornata non lo giustifica. Ogni oggetto in più è un movimento in più da gestire nel vuoto, e la mano che regge la macchina deve restare libera di lavorare. La sera, svuotando lo zaino, il criterio si verifica da solo: se qualcosa è tornato a valle senza essere stato usato due uscite di fila, alla terza resta a casa.